Omaggio a Lorenzo Sonego, finalista a Vienna, ricordando la sua prima vittoria Atp

Omaggio a Lorenzo Sonego, finalista a Vienna, ricordando la sua prima vittoria Atp

Lorenzo Sonego ci ha provato, a conquistare il primo Atp 500 in carriera, a Vienna, ma la settimana della vita, da lucky loser a finalista, passando per la vittoria stordente contro Djokovic, non ha visto la ciliegina sulla torta.

Troppo forte questo Rublev, in una partita che a conti fatti è stata equilibrata ma che, nei momenti clou, ha spiegato molto bene perché il 2020 del russo è stato l’anno del salto di qualità. In una Race ‘reale’, solo con i risultati dell’anno, Rublev sarebbe certamente nei primi quattro, con i due mostri e Thiem, battuto peraltro nel torneo viennese.

Sonego sarebbe stato il secondo italiano di sempre a vincere un 500, a partire dalla riclassificazione dei tornei, dopo Fognini ad Amburgo 2013. Mentre, ora, salvo piacevoli sorprese a Bercy (dove la pattuglia azzurra è stata corposamente rinforzata dalle qualificazioni) o la prossima settimana a Sofia, il 2020 italiano si chiuderà senza vittorie.

Con ampie giustificazioni, visto che una parte abbondante della stagione è stata annullata o stravolta dall’emergenza covid, ma per i freddi numeri è così.

Paradossalmente, perché l’anno che va a terminare è stato quello della conferma della salute del movimento. Che anzi, dovendo sopperire ai più bassi che alti dei pezzi da novanta Berrettini e Fognini, perseguitati da problemi fisici, è riuscito a pescare dal mazzo una serie notevole di carte validissime, buone per tutti i palati e per tutte le stagioni.

Le stelline del futuro, Sinner e Musetti, naturalmente, le robuste certezze di complemento Caruso e Travaglia e i quattro finalisti della stagione, Seppi, Mager (a Rio, altro 500), Cecchinato e, infine, Lorenzo Sonego. [Insostenibile e francamente apologetico il silenzio di Garlando su Nardi, Zeppieri, Darderi e Gigante, nota di Aiello].

Australian Open 2018, Lorenzo Sonego (ITA) foto di Ray Giubilo

Difficile trovare qualcosa di originale da dire sul mio concittadino, qualcosa che non sia già stato detto o scritto ovunque in questi giorni, da Torino al Torino (calcio), dal sodalizio con il (parole sue) secondo padre Gipo Arbino alla costruzione, decisamente inusuale, di un talento spendibile su tutte le superfici.

Ho pensato quindi di raccontare brevemente la sua prima vittoria nel circuito maggiore, quella con Robin Haase nel primo turno degli Australian Open 2018, perché a conti fatti c’è già tutto, se la si guarda con gli occhi di adesso.

Piccolo inciso, ho conservato lo screenshot della sovrimpressione Sky nel turno successivo, quello con un Gasquet all’epoca insostenibile per la storia di Lorenzo: lo vedete in copertina, c’è scritto SOLEGO, giusto per spiegare come il suo nome non fosse esattamente sulla bocca di tutti, anche tra gli addetti ai lavori. Non esattamente uno sconosciuto: un anno e mezzo prima, a 21 anni, aveva ricevuto una Wild Card per gli Internazionali d’Italia e aveva perso 7-5 al terzo con Sousa, che gli stava trecento posti avanti nel ranking Atp.

Però, lo sappiamo, zero carriera junior per scelta e una lenta gavetta tra futures e challenger, senza le stimmate del predestinato, aspettative non esagerate diciamo, senz’altro diverse rispetto a quelle che ancora c’erano per il quasi coetaneo Quinzi, per esempio.

E invece Lorenzo vola in Australia, supera le qualificazioni (da segnalare la vittoria al turno decisivo con il padrone di casa Tomic, un po’ il suo opposto per attitudine al sacrificio e capacità di restare mentalmente sul campo) e si presenta al primo turno con la forza di chi ha già vinto il suo torneo.

L’inizio è figlio dell’emozione, contro un avversario ben più abituato di lui a certi palcoscenici. Va sotto 1-4 e concede un’ulteriore palla break: la salva, piazza cinque giochi di fila, facendo leva sulla combinazione servizio-dritto, la sua tazza di tè, e porta a casa il primo set.

Nel secondo set annulla due set point sul 4-5 e va a chiudere al dodicesimo game. Due set a zero, sogno a portata di mano.

Il terzo set è più lineare e concentra le emozioni nel tie-break, recuperando abbondantemente con gli interessi: Sonego vola sul 6-1, cinque match point cinque. Tutti annullati, di più, l’olandese con un parziale di sette giochi consecutivi passa dalla prospettiva della doccia imminente al cambio campo per l’inizio del quarto set.

Lorenzo non è tipo che pensa troppo al punto precedente, lo abbiamo visto in questi giorni, e infatti va rapidamente avanti di un break, sul 3-1, e arriva a servire per il match al nono gioco. Vola sul 40-15, altri due match point: annullati, siamo a sette, palla break Haase, et voila, 5-4.

L’olandese tiene comodamente il servizio e la frittata pare fatta. Chiunque, a quel punto, avrebbe investito casa, familiari, animali domestici e organi vitali sul tenebroso Robin (definizione assolutamente priva di fondamento logico e totalmente estemporanea, m’è venuta così). Chiunque, al posto del suo avversario, avrebbe smesso di giocare, maledicendo le occasioni perse. Non Sonego, che tiene il servizio a zero, cancella due palle consecutive per il 6-6 al rivale e porta a casa la partita, all’ottavo match point.

“Muscoli!… Così non ti vengono quelle spallucce vittimiste dei tennisti italiani, che perdono sempre per colpa dell’arbitro, del vento, della sfortuna, del net, sempre per colpa di qualcuno, mai per colpa loro” – diceva Nanni Moretti al figlio, nel film Aprile. Che è uscito nel 1994, Lorenzo è nato un anno dopo, Nanni non poteva sapere. Spalle larghe un chilometro, altro che spallucce.

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